Dalle bellezze degli stagni costieri dei Variconi al fascino dell’antica Sinuessa

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L’itinerario di quest’oggi prende le mosse da una delle più importanti aree umide (e anche ultime) dell’Italia, al centro del Mediterraneo, punto di approdo e stop over (sito di sosta temporanea) per gli uccelli migratori dall’Africa al Nord Europa e viceversa.

Tutelata dalla Convenzione di Ramsar, Zona di Protezione Speciale, Sito di Importanza Comunitaria: è l’Oasi Naturale di Castelvolturno, meglio conosciuta come Oasi dei Variconi, un’area palustre occupata in gran parte da stagni costieri intercomunicanti. Riconosciuta Oasi naturalistica nel 1974 dalla provincia di Caserta, è entrata a far parte della Riserva Naturale Regionale della Foce del Volturno e della Costa di Licola nel 1993 e nel 2004 il percorso naturalistico fu reso ancor più interessante dalla serie di passerelle e capanni di birdwatching realizzati, ma subito abbandonati a sé stessi e al degrado conseguente, come spesso avviene da noi, dove l’unico interesse è quello di costruire per spendere il denaro pubblico, non piuttosto quello di investire risorse per manutenere e fruire di un bene comune così importante.

Quindi, senza farsi impressionare dall’altisonanza dei riconoscimenti, bisogna riflettere sul fatto che se non fosse stato per le associazioni territoriali, l’area con tutte le sue bellezze, investimenti e importanza sarebbe ancora preda del degrado e dell’inquinamento, com’era prima della meritoria attività di salvaguardia messa in atto da Legambiente, ma anche da altre associazioni, come “Le sentinelle”. Insomma sempre la solita storia: i cittadini armati di buone intenzioni, associati fra loro arrivano, laddove le istituzioni, con ingenti risorse e potenti mezzi, falliscono!

Ma tornando a quest’eccezionale area umida posta sulla riva sinistra del fiume Volturno, presso la foce, i Variconi sono stagni salmastri posizionati a partire dalla battigia verso  l’interno, per oltre un chilometro e mezzo, con una serie di ambienti che vanno dalla duna embrionale agli stagni retrodunali, ai canneti e giuncheti, fino a giungere ai prati allagati, ambienti ricchissimi di biodiversità. Nelle oltre 211 specie botaniche registrate si annoverano mirto, leccio, lentisco, fillirea, smilax, caprifoglio, cisto, rosmarino, asparagina, fico degli Ottentotti o unghia di Janara, equiseto, ranuncolo, narciso, violaciocca; sono presenti, fra le altre, specie rare quali l’orchidea palustre e la mestolaccia minore.

La fauna comprende, oltre a volpi, ricci, rane e raganelle, tartarughe d’acqua dolce, biacchi, anguille, cefali ed altri pesci, ben 250 specie d’uccelli diversi. Vi nidificano, svernano o passano anche solo brevi periodi specie quali il lui piccolo, l’occhiocotto, il pettirosso, il pettazzurro, il beccamoschino, la capinera, il saltimpalo, l’usignolo di fiume, lo stiaccino, il forapaglie castagnolo, le rondini, gli aironi, i balestrucci, le folaghe, i tuffetti, i tarabusini, i fenicotteri, i cormorani e tantissimi altri.

Un vero paradiso degli uccelli al quale, qualche inverno fa, fece visita perfino un cigno selvatico, proveniente dalla tundra siberiana, evento che sorprese anche gli ornitologi più esperti.

Spostandosi di pochi chilometri ci si imbatte in un’altra meraviglia campana, l’area archeologica dell’antica città romana di Sinuessa, oggi in parte sommersa e giacente oltre otto metri sotto il livello del mare. I geologi continuano a studiare la zona, perché trovano singolare che il porto dell’antica città romana sia sprofondato così tanto, mentre altri siti circostanti siano scesi sotto il livello marino solo per 50-60 centimetri.

Sinuessa, ricadente nell’abitato dell’odierna Mondragone, fu fondata nel 296 a.C., lungo il tracciato viario dell’antica Appia, che collegava Roma a Capua e a Brindisi,  nelle vicinanze di precedenti santuari italici (Panetelle e Marica).

Tacito e Plinio si riferivano a Sinuessa come a un “luogo di delizie”, con le sue particolari acque termali che richiamavano, per composizione chimica e utilizzo quelle di Baden (Svizzera) e di Aquisgrana (Germania). È proprio in una delle Ville d’otium dei nobili romani, presenti a Sinuessa, che fu ritrovata una statua mutila della Venere al bagno, detta appunto “Venere Suessana”, attribuita al genio greco di  Prassitele, mentre la villa che la ospitava viene attribuita a Cicerone, il celebre avvocato, politico e oratore romano.

Questa è la zona in cui si produceva il famoso vino Falerno, molto rinomato e di cui scrittori e poeti cantarono le qualità durante l’antichità. E qui, naturalmente, si producevano anche le anfore per il trasporto del Falerno, fra il III e il II secolo a.C. in fornaci ritrovate di recente, vicino a un approdo nei pressi del fiume.

Sinuessa fu abbandonata dopo un terremoto e dopo aver subito numerose incursioni barbariche, nel 375 d.C., quando gli abitanti si rifugiarono in zona più sicura, sul Monte Petrino, dove fondarono Rocca Petrina, detta anche Rocca di Monte Dragone (da cui l’odierno toponimo “Mondragone). La Rocca fu occupata in epoche successive  da Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi e poi acquistata da famiglie locali, quali i Marzano, i Carafa, i Clarafuentes, fino a giungere ai Borbone. Le vicende del Villaggio medioevale, del castello e delle abitazioni che lo circondavano è oggetto di un interessantissimo scavo, i cui reperti possono essere ammirati nel Museo Civico Archeologico “Biagio Greco”, inaugurato nel 2000. Nel museo possono essere visitate le varie sale, che ricostruiscono la storia del territorio più allargato a partire dalla preistoria e lo fanno, soprattutto, attraverso un percorso davvero inclusivo, aperto alle persone con diverse abilità.

Un piccolo Museo che dà una grande lezione: la storia e i beni comuni devono essere davvero patrimonio di tutti, nessuno escluso!

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