Migliorare la propria memoria è possibile con il metodo giusto

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Quante volte capita di doversi preparare per un colloquio o per un test e di dover mandare a memoria un elenco di cose od una serie di dati numerici? Altrettanto spesso può capitare, anche dopo numerose ripetizioni, di non ricordare, puntualmente, uno stesso elemento della lista, nonostante lo si sia ripetuto al pari di tutti gli altri. “La memoria fa brutti scherzi”, si sente dire in questo caso. Ma rivolgersi alla memoria come ad una dote intrinseca che ci permette di ricordare più o meno facilmente qualcosa non è corretto; probabilmente alla base delle nostre difficoltà vi è solo un problema di allenamento e di metodo.

I circuiti della memoria

Le aree coinvolte nella memoria
Alcune strutture come l’ippocampo, l’amigdala ed alcune aree della corteccia cerebrale sono più direttamente coinvolte nell’instaurarsi dei circuiti responsabili della memoria.

La memoria è stata ampiamente studiata sin dalla nascita delle neuroscienze e fa parte di quella serie di attività mentali, come la definizione della personalità o la capacità di avere una propria autocoscienza, che non sono ancora state comprese a pieno, data la loro estrema complessità. Sicuramente non è possibile individuare una sola regione del cervello deputata alla memorizzazione, ma è comunemente accettata l’idea che numerose aree della corteccia cerebrale insieme ad altre regioni del sistema nervoso centrale, tramite dei collegamenti molto complessi, generino dei circuiti neuronali responsabili di questa attività molto affascinante ed estremamente utile. I circuiti della memoria, formati da un gran numero di neuroni, sono molto più plastici rispetto a quelli deputati ad altre funzioni, ovvero possono essere modificati, anche sensibilmente, dall’esperienza e dagli eventi. Proprio questa caratteristica viene portata ai massimi livelli dai finalisti dei campionati mondiali di memoria, una competizione in cui si richiede ai partecipanti di memorizzare in un tempo prestabilito una quantità di numeri, termini o figure impensabili per persone normodotate. Per molti anni si è ritenuto che queste persone avessero delle capacità innate, ma recenti studi fanno pensare con sempre maggiore sicurezza che l’allenamento e l’apprendimento delle tecniche giuste contino più di una semplice predisposizione.

Diventare un atleta della memoria non è impossibile

Il dottor Dresler, del Max Planck Institute of Psychiatry di Monaco di Baviera, in un lavoro molto affascinante ed originale, insieme ad altri autori, ha scelto 17 atleti della memoria tra i primi 50 del ranking mondiale ed ha comparato le loro performance con quelle di 51 persone comuni, senza alcuna preparazione

specifica in termini di memorizzazione rapida. Per verificare le differenze iniziali tra i due gruppi è stata sottoposta ai partecipanti una lista di 72 parole da memorizzare in 20 minuti. È facile immaginare come, allo scadere del tempo, i professionisti della memoria abbiano surclassato le persone comuni, dato che i primi in media ricordavano ben 70.8 termini su 72, mentre gli altri solo 39.9 su 72. A questo punto, il gruppo delle persone senza particolari abilità è stato diviso in tre sottogruppi, di cui uno è stato sottoposto ad un allenamento mnemonico, utilizzando la “tecnica dei loci” per sei settimane, con l’ausilio della piattaforma Memocamp, disponibile online; un altro gruppo è stato addestrato con un metodo per la memoria a breve termine, mentre il terzo gruppo non ha partecipato ad alcun corso. Al termine delle sei settimane un nuovo test ha mostrato dei risultati sorprendenti. Le persone sottoposte ad allenamento mnemonico riuscivano a ricordare più di 60 parole delle 72 totali, un numero paragonabile a quello dei campioni delle competizioni memoria. Invece, gli altri due gruppi hanno avuto risultati nettamente inferiori. È evidente come un allenamento mirato possa portare a risultati strabilianti, che perdurano nel tempo, come confermato dai dati rilevati tramite ulteriori test, rispettivamente a 24 ore e 4 mesi dalla lettura delle 72 parole nel primo test. Difatti, anche in queste prove di richiamo delle nozioni memorizzate mesi addietro, i campioni, così come le persone con sei settimane di allenamento alle spalle, hanno ottenuto risultati comparabili tra loro e nettamente superiori a quelli degli individui non allenati.

L'allenamento aumenta la capacità di memorizzazione
Durante le 6 settimane di allenamento gli individui facenti parte del campione sono stati sottoposti a test di memorizzazione di 5 minuti ciascuno. La loro capacità mnemonica è più che raddoppiata.

La tecnica dei loci: questione di associazioni

La cosiddetta “tecnica dei loci”, sfruttata già dagli oratori romani e greci più di duemila anni fa, sembra avere un potere enorme sulle capacità mnemoniche. Questo metodo è stato utilizzato, tra gli altri, da Clemens Mayer, il più giovane vincitore di sempre dei campionati del mondo di memoria, il quale è riuscito a memorizzare, in soli 30 minuti, 1.040 cifre casuali, un numero a dir poco mostruoso. La tecnica dei loci consiste nell’associare le parole, o qualsiasi altro elemento da memorizzare, a degli oggetti reali presenti in un luogo o lungo un percorso, come ad esempio la strada di casa. Dopo aver collegato le varie parole ai corrispondenti punti del percorso o ai vari oggetti, non bisogna fare altro che ripercorrere virtualmente i vari loci per riportare alla mente degli elementi altrimenti difficilmente memorizzabili. La spiegazione scientifica di tale fenomeno è data dalla capacità che ha il nostro sistema nervoso di ricordare in modo estremamente naturale degli oggetti e dei percorsi, attivando quella che si chiama memoria visuo-spaziale. Associando delle parole o dei numeri ai punti d un luogo non si fa altro che inserire delle entità astratte, che il cervello fatica a ricordare, in un contesto molto più semplice da elaborare. A riprova di ciò, gli autori dello studio hanno sottoposto a risonanza magnetica funzionale (fMRI) i soggetti del campione coinvolti nella memorizzazione delle parole ed è risultato un incremento della funzionalità proprio di quelle aree che normalmente sono coinvolte nella memoria visuo-spaziale, come le aree dell’ippocampo e delle cellule a griglia, di recente scoperta, e fondamentali nella creazione di una mappa mentale dell’ambiente che ci circonda.

Lo studio della memoria nei malati di Alzheimer

Oltre all’associazione idea-luogo fisico esistono altri espedienti che permettono alla nostra mente di riportare alla memoria conoscenze acquisite anche molto tempo prima. Un team di scienziati australiani ha addirittura effettuato uno studio pionieristico su alcuni pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, che si configura come la più comune causa di demenza, la quale affligge 35,6 milioni di persone nel mondo, numero destinato a triplicare secondo le stime dell’OMS entro il 2050. In tale studio si è osservato come tra i malati di Alzheimer, quelli che nella loro vita antecedente la malattia erano dei musicisti, fossero in grado di memorizzare delle parole, se queste venivano cantate con un ritmo familiare al paziente, mentre la stessa cosa non avveniva se le medesime parole venivano semplicemente pronunciate senza una melodia. Questo fenomeno, il cui studio è agli inizi, è probabilmente dovuto al fatto che la memoria musicale, a differenza degli altri tipi di memoria, viene intaccata in minor misura dalla malattia, cosicché un paziente con una adeguata familiarità nei confronti della musica possa sfruttare dei motivi conosciuti per ricordare alcune cose, associando musica e parole, proprio come avviene per i luoghi nel metodo dei loci. Tanto è vero se si pensa che esistono alcuni casi accertati di musicisti affetti da Alzheimer che non perdono la capacità di suonare e, in alcuni casi, sono ancora in grado di imparare nuove melodie. L’approfondimento dello studio della memoria, in definitiva, apre prospettive nuove, che possono configurarsi come un valido aiuto, non solo per la vita quotidiana, ma anche per alcuni tipi di malattie strettamente collegate ai circuiti nervosi più complessi.

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