Lettera a un teatro lirico che si apre al Musical. Il San Carlo e “My fair lady”

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Caro San Carlo,

scrivo non nelle vesti di giornalista ma di spettatrice, una giovane del proprio tempo. Come allo sforzo di un uomo che ogni giorno cerchi di essere più consapevole di sé e della realtà, è bello assistere alla tensione di un’istituzione antica verso tale obiettivo, di cui la Diversità è valore fondante. Stando così le cose, Napoli potrebbe diventare una costola di Broadway e questo allestimento di “My fair lady”, qui al San Carlo, qui a Napoli, qui in Italia, grida forte certi concetti imprescindibili che coinvolgono arte e società.

 

Il Musical, che è di tradizione americana, non va tradotto in italiano per un supposto voler “facilitare il compito” alla gente, come spessissimo si fa persino nei cosiddetti “teatri templi” del genere in questione, tipo il Sistina a Roma: si finisce con lo snaturare tutto, rendere una determinata atmosfera, non solo linguistica ma pure umana, una pappa inutilmente italiana. Noi abbiamo le commedie musicali di Garinei&Giovannini, quelle dobbiamo affermare quale farina del nostro sacco e rispettare lo spirito altrui: questo allestimento ha onorato tale condotta. Anche perché, alla fine, il problema è risolvibilissimo con il sistema dei sottotitoli, presenti per quest’occasione com’è ormai consueto per le opere stesse.

 

Il cast annovera artisti che hanno lavorato con personaggi del calibro di Andrew Lloyd Webber (autore di “Jesus Christ Superstar”), professionisti che nella propria carriera non hanno battuto solo le strade del teatro musicale o di prosa, ma pure produzioni televisive e cinematografiche internazionali. E’ una mobilità che permette loro di possedere requisiti di contemporaneità, che tante volte manca ai cantanti d’Opera. Già, perché dall’esigenza di un’arte scenica prevalentemente di posa, quasi imposta dalla tecnica lirica, si passa a un coro e a protagonisti che nel Musical devono saper recitare, cantare e ballare. I ragazzi erano presenti in massa nel pubblico. Qui si arriva al discorso clou, alla convivenza con altri generi in un contesto di partenza dedicato a un unico genere.

 

Se anche la Scala o il Metropolitan di New York si lanciassero in questa avventura? Nonostante gli sforzi di alcune trasmissioni di tenerla viva in un retrogusto nazionalpopolare, ingannevoli perché in controluce c’è un chiaro disegno snobistico di esclusione dell’attenzione al resto della musica, è chiaro che se l’Opera non entra in dialogo con altre forme d’arte, va a morire, trincerata dietro le discussioni sui cast, le lenti d’ingrandimento sugli acuti e una corsa ad affermare a tutti i costi che l’Opera in sé- automaticamente- è sempre attuale. Queste altre forme d’arte da essa hanno pur attinto, ma in primo luogo si nutrono di Modernità. L’Opera è così com’è: se ne possono dare le letture più diverse, le più azzardate, ma Wagner rimane Wagner, Monteverdi rimane Monteverdi e la gente del secolo rimane gente di quel secolo. Il fatto che un lavoro artistica continui ad essere rappresentato non ci dà l’autorizzazione a privarlo della sua epoca, ad appiccicargli lo slogan di “capolavoro senza tempo”: dobbiamo essere consapevoli che siamo noi a rielaborarlo, a sfruttare l’autonomia del testo dal suo autore. Dall’attribuzione di significati nuovi, l’avvicinamento dell’Opera al Musical in un cartellone non è che un passo. Di conseguenza, non si vede neanche più l’esigenza di avere enti con l’etichetta di “lirici”, in cui sia ammessa solo “musica classica”: tutto ciò è completamente fuori dal dna della Modernità, intesa come visione del mondo che afferma la fluidità delle immagini, dei contesti, delle allegorie, la destabilizzazione delle gerarchie.

 

Come testimone di questi fenomeni, chiamo in difesa un pezzo della produzione di Luciano Berio. Il suo progetto di riarrangiamento dei brani dei Beatles (le “Beatles songs”, 1967), anche grazie alla versatilità vocale di Cathy Berberian in grado di coprire ogni temperie sonora, afferma talmente la musica classica come genere fra i generi, alla pari del pop e non che si abbassa al pop, da prendere delle canzoni e dar loro una veste totalmente nuova, con strumenti d’orchestra, con una pienezza singolare di sottotesto. E così hai fatto tu, caro San Carlo, hai riarrangiato te stesso: ti sei steso sul lettino del dottor Freud e hai capito che come agli impulsi dell’inconscio non si può chiudere la porta della coscienza, così i bollori dello spirito di un’epoca non si possono tenere fuori dal palcoscenico.

 

Per approfondire:

link al sito del teatro San Carlo, pagina dello spettacolo con la storia, il cast e le repliche: http://www.teatrosancarlo.it/it/spettacoli/my-fair-lady.html

riprese de “La Repubblica” allo spettacolo: https://video.repubblica.it/edizione/napoli/napoli-debutta-al-san-carlo-il-musical-my-fair-lady/296497/297116

pagina Youtube delle “Beatles songs”: https://www.youtube.com/results?search_query=luciano+berio+beatles+songs

 

 

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