Colli di Salerno IGT, Montevetrano, Silvia Imparato, 2005

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montevetrano

Correvano i primi anni ’80, periodo in cui Silvia Imparato, allora fotografa di professione, condivideva con un nutriro gruppo di amici la passione per il vino. Erano gli anni in cui lo stile Bordolese era un vero e proprio mito, nonchè punto di riferimento per produttori e wine-lovers.
L’interesse comune, la professione dell’uno, le ambizioni dell’altra.
Sono queste le circostanze in cui si conoscono e che spingono “Madame Imparato” a confidarsi con Renzo Cotarella: attualmente Amministratore Delegato della Marchesi Antinori, allora Enologo ed Agronomo.
L’ambizione di Silvia era quella di produrre un vino di qualità lì al sud, nel fondo di famiglia che i “nonni Imparato” avevano acquistato dai Borboni negli anni ’40. Fu così che Renzo ne parlò al fratello Riccardo, anch’egli enologo.
Successivamente ai primi sopralluoghi di Riccardo, si decise il rifacimento del vigneto: sulle vecchie viti di Barbera, Piedirosso ed Uva di Troia, vennero innestate rispettivamente Aglianico (biotipo di taurasi), Cabernet Sauvignon e Merlot.
Le prime sperimantazioni portarono nel ’91 a risultati stupefacenti, oltre tutte le aspettative, con le primissime bottiglie (destinate ad un uso strettamente proprio) ottenute da Cabernet Sauvignon per il 70% ed il saldo restante di Aglianico.
Nei 2 anni successivi si giunse alla “quadratura del cerchio” con l’aggiunta del Merlot al taglio, la commercializzazione della prima annata nel 1993 e, la nascita del Montevetrano: il primo “supercampano” che fece scalpore soprattutto per il taglio di 2 vitigni internazionali con un vitigno autoctono come l’Aglianico.
Il vino, così come l’Azienda Agricola, prendono il nome dalla collina su cui sorge l’omonimo castello medioevale di Montevetrano: fortilizio costruito sulle rovine di un “castrum romano” del III secolo a.C. nato per controllare le popolazioni picene deportate nella piana del Sele.
Ci troviamo nel comune di San Cipriano Picentino, su rilievi pre-appenninici alle spalle della città di Salerno, caratterizzati da suoli dalla matrice calcarea e riporti piroclastici effusivi.
E’ qui che sono allevati i 5 ha di vigna a cordone speronato e guyot, esposti a sud-ovest e con una densità di 5000 ceppi/ha.
La produzione Aziendale oggi è incentrata su due etichette: al Montevetrano si affiancaCore, un aglianico in purezza, per un totale di circa 60.000 bt/anno.
Tutt’oggi, come agli esordi, la conduzione enologica è affidata a Riccardo Cotarella che si avvale del supporto di Domenico La Rocca per il lavoro svolto in cantina ed in vigna.
Veniamo dunque al Montevetrano, di cui ho avuto la fortuna di degustare la 2005.
E’ un’assemblaggio di Cabernet Sauvignon per il 60%, Merlot 30%, e saldo di Aglianico. La fermentazione alcolica e successivamente quella malolattica sono avvenute esclusivamente in acciaio, con una macerazione durata 21 giorni.
Successivamente il vino è stato elevato in barriques di primo passaggio per 12 mesi, cui è seguita una ulteriore sosta in bottiglia di 6 mesi prima della commercializzazione.
Calice alla mano il vino si presenta con una luminosa, fitta ed impenetrabile veste granata, molto composto nelle roteazione del calice.
Di grande espressività al naso: si susseguono note di ciliegie e piccoli frutti neri sotto spirito, lievi note di geranio e violette passite, richiami di tabacco dolce, legno di sandalo, cioccolato e caffè.
Al sorso è equilibrato, morbido ed avvolgente, sorretto da una grande freschezza, un tannino maturo ed una discreta sapidità. Lunga e piacevole è la chiusura di bocca che richiama le note di cioccolato e frutta sotto spirito.
Ho avuto modo di apprezzare il Montevetrano in un ampio calice, intorno ai 16/18°C, stappato con un’oretta d’anticipo.
Personalmente mi sentirei di consigliarlo, in alternativa all’abbinamento “tradizionale” col Taurasi, con un tipico piatto Pasquale: Cosciotto di Agnello al forno.
Antonio Indovino, Sommelier dello Yacht Club di Marina di Stabia, Responsabile del GDS AIS Penisola Sorrentina

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