Parco del Matese: un perfetto connubio di natura e cultura

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Di parco in parco siamo giunti al Matese, selvaggio massiccio calcareo posto a confine fra Molise e Campania. Il primo fronte dell’Appennino campano è irto di cime: il Monte Mutria, il Maio, l’Erbano, la Gallinola,  il Monte Miletto, che con i suoi duemila metri e oltre è la cima più elevata. Il Miletto e la Gallinola sono privi di viabilità carrabile da una certa altezza in poi e, per fortuna, incontaminati.

I monti carsici, si sa, formano naturalmente grotte, doline, inghiottitoi naturali nei quali le copiosissime acque dell’area creano torrenti superficiali, che si inabissano e fuoriescono centinaia di metri lontano a formare risorgenze, fiumi, laghi, cascatelle che si lanciano in giochi d’acqua spontanei che solo un architetto eccezionale come la natura può formare.

È il caso del fiume Lete, che si perde in un condotto carsico di oltre un chilometro, per ricomparire al di sotto di 700 metri. Pure il torrente Sava si inabissa per ricomparire a due chilometri di distanza. I torrenti Quirino e Torano, invece, hanno scavato profonde forre lunghe diversi chilometri, come il fiume Titerno, che dopo aver inciso profonde e strette valli nel territorio e aver ricevuto le acque dei torrenti Paradiso, Torbido, Reviola e Valle Antica, tributa le sue acque al fiume Volturno, così come pure fa il Lete. Il fiume Tammaro, lungo il suo tortuoso e incassato percorso, riceve addirittura 22 torrenti tributari prima di gettarsi a sua volta nel Calore. La fantasiosa idrografia carsica, importantissima e che tanto ha modellato il massiccio montuoso, si arricchisce di invasi e di laghi come quello del Matese, il lago carsico più alto d’Italia, il lago di Letino e di Gallo Matese, invasi artificiali realizzati sbarrando i corsi dei fiumi Lete e Sava per alimentare centrali idroelettriche. Stupende poi le grotte del Lete, con le piccole cascate, le stalattiti, stalagmiti e concrezioni incredibili. E poi le grotte di Letino, gli inghiottitoi di Campo Rotondo, Braca, lo Scennerato, le sorgenti di Rifreddo, di Concone delle Rose, di Torano, di Maretto, di Grassano, la cascata del Fosso dell’Esule, acque, insomma, che hanno scavato canyon e gole, come quelle di Caccaviola, abissi  e ambienti ipogei che sono un paradiso per gli speleologi.

Sul Matese la compresenza del clima continentale in quota e del clima mediterraneo nelle zone più basse crea un’infinita varietà di vegetazione e un’ incredibile  ricchezza di specie rare: faggete si alternano a leccete, bosco misto a macchia mediterranea, pascoli  a praterie aride, un sottobosco fiorito di orchidee, primule montane, viole dei pascoli rupestri, lingue di cane appenniniche, creste di gallo, verbaschi. Eccezionale e interessantissima, nonché da anni studiata dall’Accademia dei Georgofili, la cipresseta spontanea di Fontegreca, vasta circa settanta ettari e con oltre cinquecento anni di vita; al suo interno il fiume Sava crea pozze d’acqua e piscine naturali di sorprendente bellezza.

Il massiccio del Matese è ancora il regno di lupi, gatti selvatici, sparvieri, colombacci, poiane, nibbi, falchi, cicogne, cormorani, fenicotteri rosa, rettili rari quali l’orbettino e  la salamandrina dagli occhiali. Nei pressi dei corsi d’acqua si è conservato un ambiente ripariale intatto: nella zona umida Le Mortine, situata fra i comuni di Capriati al Volturno e Venafro, prospera una vegetazione caratterizzata da piante idrofite, elofite, arbusteto e bosco igrofilo, mentre nei meandri formati dal Volturno cresce florida la flora semisommersa: giunchi, nasturzi, veroniche e arbusti di salice. Qui prosperano solidi  germani reali, moriglioni, marzaiole, morette, oche selvatiche, aironi, fra cui quello rosso, garzette, cavaliere d’Italia, svasso maggiore, folaga e porciglione, nibbi, falchi e poiane.  Non a caso ci troviamo in quella che fu una riserva di caccia dei Borbone.

Ma nel lontano passato le cose erano ben diverse: se oggi il Matese è una catena di monti ricca di boschi e animali straordinari per quantità e rarità,  in passato l’ambiente era diversissimo, dominato da un caldo mare cretacico. Sì, perché il Matese è emerso dal mare ormai oltre 100 milioni di anni fa.

Un mare caldo e “tropicale”, una laguna tranquilla in cui convivevano pesci e rettili di varie specie, come testimoniato dal ricchissimo giacimento fossilifero, in parte conservato nei piccoli musei della zona, in parte altrove. In quella laguna, dunque, vivevano dinosauri, come il “cucciolo” di Pietraroja, che dopo essere perito e aver subito un lunghissimo processo di fossilizzazione, è giunto dopo varie vicissitudini fino a noi. Soprannominato simpaticamente “Ciro”, il cucciolo di Scypionix  Samniticus è ora la star del Paleolab, museo interattivo che con i suoi exibit, ricostruzioni in 3D, pannelli e plastici ideati da Paco Lanciano accoglie numerosi studenti e visitatori ogni anno. Ma anche il piccolo Museo Civico della vicina Cusano Mutri espone fossili in grande quantità, mentre il Parco Naturalistico Didattico di San Lorenzello mostra le ricostruzioni dei grandi rettili preistorici a grandezza naturale.

Discorso a parte merita il Mu.Ci.Ra.Ma. (Museo Civico “Raffaele Marrocco”) di Piedimonte Matese, che ospita nelle sale dell’ex Convento di San Tommaso D’Aquino i reperti provenienti dal territorio circostante, a partire dal Neolitico e fino all’Età del Ferro. Molto interessante in particolare la Mostra “Gens fortissima Italiae: i Sanniti del territorio di Piedimonte Matese”, con la quale si rappresenta la realtà archeologica dei Sanniti Pentri, tribù che abitò la zona; da notare in particolare il raffinato bronzetto votivo del “Corridore del Monte Cila”.

Ma i beni storici e artistici del Parco del Matese sono tanti, come le sue bellezze naturalistiche: non si riuscirà mai ad elencarli e illustrarli esaurientemente tutti: cito per brevità solo i resti del castello o palazzo baronale di  Ailano, il castello normanno di Alife, i ruderi del castello di Capriati al Volturno, le torri di Castello del Matese, i ruderi del castello di Gioia Sannitica, i castelli intatti di Letino, di Prata Sannita, di Faicchio.

Un’ultima curiosità per chi fosse interessato alle anatomie antiche: a Prata Sannita in un convento del XV secolo sono custodite le mummie di Scipione Pandone, Lucrezia di Capua e il loro figlioletto. Chi sono, perché si trovano lì, vale la pena visitarle? Lo potrete scoprire solo con un viaggio al Matese, che sicuramente vale la pena fare per le sue mille attrattive paesaggistiche, architettoniche e culturali.