Il 17 con Sant’Antonio Abate ritorna il gusto della carne di maiale paesana

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Quando il ritmo delle stagioni scandiva anche quello della cucina, in questo periodo era giunto il tempo della carne di maiale. Quello per cui si era dovuto aspettare circa un anno, crescendolo con cura. E la sua macellazione coincideva con i festeggiamenti di Sant’Antonio Abate considerato il protettore degli animali ed in particolare del maiale. E questa carne era il sogno proibito dei più poveri e l’unica certezza alimentare per chi era riuscito a conservarne qualche pezzo per il periodo più rigido dell’anno. La fortuna di avere a disposizione un pezzo di lardo o di pancetta significava avere la possibilità di sopravvivere al freddo ed alla fame. Ma anche avere la gioia di arricchire i sapori delle minestre e zuppe contadine. Oggi, nella nostra regione ancora si sentono i riflessi della tradizione che vuole proprio in questi giorni il trionfo, a tavola, del maiale e dei suoi mille modi di prepararlo. In Campania è il tempo del ragù preparato con cotiche e tracchie e che con il suo “pippiare” profuma le case. E’ il tempo della minestra maritata con il guanciale di maiale. E’ il tempo della salsiccia e friarielli, fegatini fritti o costolette. Ma è anche il tempo, con l’arrivo del freddo asciutto, in cui iniziano la salatura e conservazione dei salumi, sia nelle case contadine che nelle aziende artigianali. Anche la ricorrenza di Sant’Antonio Abate è ancora sentita e nelle zone caratterizzate da ricordi legati alla cultura contadina, il 17 gennaio si accendono i tradizionali falò in suo onore.