Fantasia e prodotti di stagione fanno nascere originali e gustosi piatti che recuperano la tradizione regionale
Le zuppe calde e fumanti restano, per la storia della gastronomia regionale, i piatti più tipici dell’inverno campano. Soprattutto quelle di legumi. Pane casereccio raffermo, intriso di brodo di fagioli, o di ceci o ancora di lenticchia, per secoli ha rappresentato l’unico apporto energetico al duro lavoro fisico. Con l’evoluzione della società e l’affermarsi di una vita più comoda anche i piatti sono cambiati. Pasta, carne e pesce hanno sostituito le zuppe nel pasto principale. Un tempo l’arrivo di questi piatti ci avvisava che dopo il lungo periodo di preparazione (semina, raccolta ed essiccamento) finalmente i legumi erano pronti per essere consumati per tutto l’inverno. Ritmi e attese, vissuti fino a circa 60anni fa, lontani anni luce da internet, dai fast food, dall’industria agroalimentare.
I ceci, considerato cibo per poveri dagli antichi egizi e quindi destinato agli schiavi, hanno origini tutte mediterranee e si consumano da oltre duemila anni in Italia. In Campania sono rinomati quelli di Cicerale (Sa). I fagioli invece arrivano in Europa dopo la scoperta delle Americhe. Da allora sono entrati nella dieta giornaliera delle popolazioni rurali. Esistono più di 500 varietà di fagioli e nella nostra regione si distinguono quello “striato”, quello chiamato “dente morto” dell’agro acerrano, il “tondino bianco” del Vallo di Diano, quelli dall’ “occhio nero” e quello di Controne (Sa), piccolo bianchissimo e pregiato per la sua alta digeribilità. Le lenticchie, che vengono addirittura citate nella Bibbia, accompagnano l’uomo a tavola da millenni ed in Campania sono apprezzate quelle di Valle Agricola (Ce). Tutti hanno una buona capacità nutritiva, numerose vitamine e sali minerali. Una fantasiosa strada per il recupero di questi piatti destinati all’oblio, è quella intrapresa da numerosi chef che tentano di rivalutarli contaminandoli con altri prodotti.
Un’operazione di recupero archeo-gastronomico che potrebbe avvicinare le nuove generazioni alle gustose zuppe e rinvigorire il ricordo dei più adulti. Un’idea semplicissima: sposare le zuppe contadine con il mare. Geniale ma elementare, spettacolare e ovvio al tempo stesso per una regione dove convivono due grandi tradizioni, quella contadina e quella marinara. Allora non resta che abbinare i frutti di una terra generosa ai figli di un mare unico ed il gioco è fatto. Un gioco di sapori che vede la rana pescatrice intrisa nella zuppa di ceci o il polpo di scoglio che si adagia sulle lenticchie o ancora l’uso di patate o scarole con il pesce. E vedere, poi, lo scampo che troneggia su una succulenta zuppa di fagioli diventa uno spettacolo per occhi e palato. Un’operazione riuscita, dunque, che la dice lunga sull’uso della fantasia negli abbinamenti in cucina e su quanto essi possono far crescere la gastronomia, anche con il recupero della memoria collettiva con piatti come il Polpo verace su scarole; Zuppa di fagioli e sconcigli; Polipetti su lenticchie, Pasta e patate con astice; Polpo e patate fritti; Minestra e baccalà; Pasta e fagioli con cozze.
