“I Vini di Indovino”: Il sommelier recensisce il rosso irpino per eccellenza

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Taurasi Riserva DOCG, Radici, Mastroberardino, 1999

Ci troviamo in provincia di Avellino, più precisamente ad Atripalda.
È qui che la famiglia Mastroberardino, secondo ricostruzioni storiche riportate nel catasto borbonico, edificò le sue cantine dando vita ad una discendenza legata indissolubilmente al mondo del vino irpino sin dalla metà del ‘700.
L’era moderna dell’azienda inizia nel 1878, con Angelo Mastroberardino, che avvia le esportazioni dei vini di famiglia dapprima in Europa e poi in America grazie al figlio Michele.
Il successivo cambio generazionale, dal secondo dopoguerra, ha visto al timone Antonio Mastroberardino: appena 17enne ed orfano di padre.
I danni causati dalla fillossera e dalle guerre sono state una battuta d’arresto non facile da superare, ma, il forte legame territoriale e la voglia di credere nella biodiversità irpina sono state le motivazioni della rinascita sotto lo stesso sole dei Mastroberardino.
Mentre l’irpinia tutta decideva di virare verso varietà più produttive, Antonio, forte delle esperienze acquisite dal padre, della laurea in Chimica e degli studi enologici a Bordeaux, ha condotto una grande opera di ricerca, sperimentazione, recupero e rilancio dei biotipi più antichi.
Uno sforzo a dir poco notevole, atto a salvaguardare l’identità di un territorio e dei suoi vini, frutto proprio di quella viticoltura autoctona e tradizionale le cui origini risalgono alla colonizzazione greca ed alla civiltà romana. Un impegno grazie al quale il mondo del vino irpino può legittimamente annoverare i suoi vini tra i più importanti e significativi del panorama nazionale e non solo. Basti pensare al Fiano per un esempio più che pertinente: da varietà a rischio estinzione negli anni ’50, causa la sua scarsa produttività, a tipologia d’uva di gran pregio che ai giorni d’oggi  viene impiantata anche oltre oceano (Australia e California).
La dedizione in tal senso, nonchè la diffusione e la promozione della qualità e dell’originalità dei vini irpini, sono valse come motivazioni per due importanti riconoscimenti: uno ufficiale di Cavaliere al Merito del Lavoro, ed uno ufficioso di archeologo della vite e del vino.
Gli anni ’90, gli stessi in cui sono arrivati riconoscimenti ed onoreficenze, sono stati anche gli anni della separazione dal fratello Walter (al suo fianco in azienda per quasi 50 anni) e del passaggio del testimone al figlio Piero. Viticultore alla decima generazione, nonchè Professore Ordinario di Business Management e presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi dal 2015, Piero conduce l’azienda di famiglia nella rincorsa ad obiettivi ancor più ambiziosi: esaltare l’espressione varietale delle uve e minimizzare l’impatto ambientale.
Da qualche anno, infatti, l’azienda ha avviato un progetto di ricerca finalizzato alla selezione di lieviti dalle uve dei propri vigneti. I criteri di selezione tengono conto dell’interazione dei lieviti nell’ecosistema vigna per favorire una maggiore espressioni territoriale dei vini.
Al contempo Mastroberardino è stata un’impresa pilota nel programma di sostenibilità “Water & Carbon Footprint”, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, conseguendo la certificazione “VIVA Sustainable Wine”, grazie al controllo costante dei processi produttivi atto a ridurre le emissioni ed i consumi idrici ed energetici. Quest’oggi ho avuto la fortuna di riportare le mie personali impressioni sul rosso eletto ad esprimere al meglio le peculiarità dell’Aglianico in terra irpina: il Taurasi Radici Riserva, di cui ho degustato la 1999. È stato prodotto per la prima volta nel 1986, dalla vigna di Montemarano, un sito storico di 14ha d’estensione situato nella zona più a sud dell’areale di produzione.  Qui le decise escursioni termiche e l’andamento più lento delle maturazioni determinano le condizioni per una raccolta tardiva ed una concentrazione tale da esaltare i caratteri di longevità di questa varietà.
La vigna è ad un’altitudine compresa tra i 500 ed i 650 m s.l.m., esposta a sud-est, allevata a spalliera con potatura a cordone speronato, una densità d’impianto di 3.500 ceppi/ha e una resa di circa 45 q/ha.
Il protocollo di vinificazione prevede una lunga macerazione con le bucce, seguita da una maturazione in barriques di rovere francese e di slavonia di 30 mesi ed un’affinamento minimo in bottiglia di 36 mesi prima della commercializzazione. Nel calice si presenta con una granata e vivida veste dall’orlo aranciato, di buona trasparenza. Al naso regala un ampio ventaglio olfattivo dal quale emergono note di legno di sandalo, di cioccolato ed amarene sciroppate, di menta e liquirizia, di tabacco e caffè tostato, ed infine terrose e balsamiche. Il sorso è di rara eleganza, morbido ma sorretto da una notevole freschezza, una fitta e matura trama tannica, ed una piacevole sapidità. Lunghissima la chiusura di bocca in cui si ripetono gli aromi di frutta sotto spirito, di cioccolato  e balsamici. Andrebbe apprezzato in un ampio calice ad una temperatura che idealmente dovrebbe aggirarsi intorno ai 18°C, dopo averlo aperto e decantato con qualche ora di anticipo, preferendo una caraffa non molto ampia che eviti un’eccessiva ossigenazione e ne precluda una più piacevole evoluzione nel bicchiere.
Ritengo che possa ben accompagnare un brasato di Capocollo di Suino Nero Casertano.                             Rubrica a cura di Antonio Indovino, Sommelier dello Yacht Club di Marina di Stabia,
Responsabile del GDS AIS Penisola Sorrentina.