Diciotto edizioni di “Cenando sotto un Cielo Diverso”: la crescita naturale di un’intuizione diventata realtà

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“Cenando sotto un cielo diverso” raggiunge il prestigioso traguardo della sua diciottesima edizione, confermandosi come uno dei progetti enogastronomici a sfondo sociale più significativi del panorama attuale. Nato da un’intuizione di Alfonsina Longobardi, l’evento si è evoluto negli anni in una realtà strutturata che mette al centro la solidarietà e l’attenzione verso le persone con fragilità. In attesa del nuovo appuntamento fissato per il 7 luglio a Villa Tony (Ercolano), Alfonsina racconta in questa intervista l’essenza di un percorso fatto di autenticità, legami profondi e nuovi impegni internazionali.

Siete arrivati alla diciottesima edizione. Che cosa rappresenta per te questo traguardo?
«Rappresenta un percorso, non solo un numero. Diciotto edizioni significano anni di lavoro, relazioni costruite e persone incontrate. È un crescendo naturale, fatto di autenticità».

Come è cambiato “Cenando sotto un cielo diverso” nel tempo?
«È cresciuto mantenendo la sua anima. All’inizio era un’intuizione, oggi è una realtà strutturata, ma il senso è rimasto lo stesso: creare connessioni vere».

Qual è l’anima più profonda del progetto?
«Le persone. E soprattutto le persone fragili. Sono loro il vero centro dell’evento, il valore aggiunto che negli anni ha reso questa manifestazione ancora più importante».

Qual è la forza che ha permesso al progetto di crescere così tanto?
«“Cenando” è una famiglia. Ci sono tante collaborazioni e ognuno sente una parte di sé dentro questo progetto. Voglio ringraziare tutto il mio staff, i produttori, i partner, gli sponsor e soprattutto gli chef, i pizzaioli e i pasticceri che partecipano: insieme abbiamo reso possibile tutto questo».

In che modo la componente sociale si traduce concretamente oggi?
«Quest’anno torneremo in Africa. Inoltre, a Natale porteremo un momento di gioia ai bambini ricoverati negli ospedali e nelle case famiglia».

Perché proprio l’Africa? Qual è il legame speciale che unisce la tua idea di solidarietà a quella terra?
«L’Africa per me è sempre stata un richiamo interiore, fin da bambina. Guardavo documentari sulla povertà e sui bambini che lottavano anche solo per un pugno di riso, e quelle immagini mi restavano dentro. Allo stesso tempo ero affascinata dai paesaggi immensi e dalla sua bellezza selvaggia. Era un sogno che custodivo da sempre, ma non volevo viverlo da turista: desideravo andarci facendo qualcosa di concreto e umano per quelle persone.

L’anno scorso, grazie alla collaborazione con Live for Africa, ho avuto finalmente l’opportunità di partire. Ricordo ancora l’arrivo a Mombasa: il caos delle strade, la polvere, i mercati ovunque, i profumi intensi, migliaia di persone in movimento. È stato uno shock emotivo, perché mi sono resa conto che l’Africa che avevo immaginato era molto diversa da quella reale.

Nei giorni successivi, però, ho scoperto un’altra Africa: una terra sofferente ma meravigliosa, piena di dignità, umanità e sorrisi sinceri. E sono proprio questi ultimi elementi, nonostante tutto, che mi hanno profondamente legata a questa terra».

Quali saranno gli obiettivi concreti del prossimo viaggio?
«L’obiettivo della missione di quest’anno è continuare a portare aiuti concreti alle comunità, ai villaggi, alle scuole e agli orfanotrofi, soprattutto attraverso la distribuzione di cibo, proseguendo il percorso iniziato con Live for Africa.

Dopo l’esperienza vissuta in Africa, però, il rapporto con il food ha assunto per me un significato completamente diverso. Da noi il cibo è anche scelta, piacere, benessere, cultura del gusto. Spendiamo molto per mangiare sano o semplicemente per concederci qualcosa di buono. Nei villaggi africani, invece, il cibo è sopravvivenza.

Molte famiglie vivono con pochissimi alimenti: riso, polenta, fagioli, zucchero. Spesso non riescono nemmeno a fare tutti i pasti della giornata, perché il cibo scarseggia e mancano i soldi per comprarlo. È lì che capisci davvero il valore del cibo. Capisci che esistono persone che ancora oggi muoiono di fame. Ho visto bambini con disabilità o problemi fisici abbandonati perché considerati una bocca in più da sfamare, così come anziani lasciati soli per lo stesso motivo. È una realtà molto dura, che ti cambia profondamente.

Per questo oggi sento il bisogno non solo di tornare, ma di portare un aiuto concreto a persone che ho conosciuto lo scorso anno: persone che hanno voglia di vivere, lavorare e costruirsi un futuro, ma che non hanno le possibilità per farlo».

L’incontro che ti ha cambiato: c’è una storia o una persona incontrata in Africa che ha influenzato il modo in cui oggi gestisci la “famiglia” di Cenando sotto un cielo diverso?
«Visitando i villaggi ho avuto un forte crollo emotivo. Vedere famiglie vivere in capanne di fango e bambù, tanti bambini senza nulla, donne giovanissime già madri di molti figli… tutto questo mi ha fatto sentire impotente. Pensavo che il nostro aiuto fosse solo una goccia nell’oceano e, per un momento, ho persino pensato di non tornare più.

Poi ho incontrato Kevin, un ragazzo che vendeva cocchi sulla spiaggia di Coco Beach. Era sempre sorridente, nonostante avesse pochissimo. A un certo punto gli chiesi: “Ma tu hai una bici per arrivare qui ogni giorno?”. Lui mi sorrise e rispose: “No… io non ho neanche un paio di scarpe”. Era scalzo, con i vestiti strappati, ma con una luce negli occhi incredibile. Quando gli dissi che forse non sarei più tornata perché il nostro aiuto mi sembrava troppo poco, lui mi rispose: “No, tu devi tornare. Anche un piccolo aiuto per noi è importante, perché significa che qualcuno ci pensa”.

Quelle parole mi hanno cambiata profondamente. Il giorno prima di partire avrei voluto rivederlo per comprargli una bici, delle scarpe e lasciare qualcosa alla sua famiglia, ma non l’ho più trovato sulla spiaggia. È una cosa che ancora oggi porto nel cuore. Ed è anche per lui che sento il bisogno di tornare in Africa».

Che cosa hai portato con te, a livello umano e professionale, da questa esperienza? E come si riflette nell’organizzazione dell’evento del 7 luglio?
«Dall’Africa ho portato con me emozioni molto forti e contrastanti. Da un lato la gioia di aver conosciuto persone straordinarie, sorridenti nonostante le difficoltà, e la speranza di poter tornare per aiutarle ancora concretamente. Dall’altro porto anche tanta tristezza, perché quando vivi certe realtà ti rendi conto di quanto sia dura la vita lì.

Ho capito davvero cosa significhi il cosiddetto “mal d’Africa”. Anche dopo il mio ritorno in Italia, nonostante la brutta esperienza vissuta a causa della puntura di un insetto durante il viaggio — da cui, dopo una settimana, è uscita una larva viva dal piede — non ho mai smesso di pensare a quella terra e alle persone conosciute. Sono stata seguita per oltre un mese all’Ospedale Cotugno e ho vissuto momenti molto difficili, tra paura e preoccupazione. Eppure il mio pensiero tornava sempre lì.

La più grande consapevolezza che ho portato a casa è che la povertà che esiste in Africa è molto diversa dalla nostra. Qui, anche nelle difficoltà, esistono aiuti, ospedali, associazioni e strutture che possono sostenerti. Lì, invece, se non hai soldi spesso non puoi studiare, non puoi curarti e a volte non riesci nemmeno a mangiare. Per questo credo che ogni persona dovrebbe vivere almeno una volta l’esperienza dell’Africa. Perché l’Africa non si può spiegare: l’Africa si vive. E quando la vivi, ti rendi conto di quanto siamo fortunati nella nostra realtà occidentale e di quanto spesso diamo valore alle cose sbagliate. Ti insegna a dare importanza alle cose semplici, ai rapporti umani, ai sorrisi sinceri, e non a tutto quell’apparire che oggi, in qualche modo, ci sta facendo perdere il senso autentico della vita.

Ed è proprio questa consapevolezza che voglio portare sempre di più dentro “Cenando sotto un cielo diverso”: coinvolgere più persone possibile, sensibilizzare, crescere come progetto umano oltre che come evento, e riuscire nel tempo a realizzare aiuti e progetti sempre più concreti per chi vive queste realtà. E chiudo sorridendo, come fanno loro, pronunciando una frase che porto nel cuore: “Hakuna Matata”».